A SUD DEL MEDITERRANEO ACCOGLIENZA OLTRE I CONFINI

- Intervento all'Università di Genova di Corrado Oppedisano: Co Fondatore ForumSad Italia, Past President, Executive Vice President, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo sviluppo presso Ministero degli AA. Esteri – Consigliere Nazionale Associazione ONG Italiane, Membro del Consiglio permanente per la cooperazione internazionale presso il Comune di Genova. -
Se l’obiettivo di questo incontro è rileggere in ottica globale i dati sulla migrazione e sull’ac¬coglienza, è d’obbligo guardare le dinamiche socioculturali, poiché l’esigenza crescente di cambiamento del pianeta impone una gestione articolata e complessa che necessita un ri-orientamento mentale – culturale tra le complessità del sistema pianeta e il disincanto dell’oggi”. L’abbandono di pregiudizi, funzionale a disporsi al nuovo che si pone in evidenza. Lo sviluppo non può che ruotare intorno a nuove competenze, più aderenti alla realtà di ogni area d intervento.
Ma ancor prima deve caratterizzarsi per capacità di fronteggiare le nuove problematiche globali, l’innovazione, e la complessità delle aree regionali. La modernità, le trasformazioni, le metamorfosi, le emergenze che si sovrappongono ci riferiscono di un mondo che muta e cambia in più settori della società, e all’interno degli stessi oltre una prevedibile comprensione. Siamo dentro la modernità del nuovo millennio. Modernità che Zygmunt Bauman definisce “società liquida”. Che a mio parere bene aderisce alla crisi del concetto di comunità che discioglie i rapporti tra le persone e produce individualismo, dove nessuno è più compagno di strada. O peggio si trasforma in antagonista, da cui guardarsi. Questo soggettivismo (lo spiegò bene Umberto Eco – citando Bauman) ha minato le basi della modernità rendendola fragile per la mancanza di punti di riferimento e d’intermediazione, appunto “liquida”. Per dirla con le parole del sociologo polacco, “è la convinzione che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza”. Apparire a tutti i costi in una sorta di bulimia del consumo - senza alcun scopo. Per meglio comprendere la nuova società globale, diventa sempre più importante conoscere e non solo percepire i nuovi bisogni del pianeta.
Un esempio ci arriva dalle società dei migranti. Comunità e identità in movimento che si rinnovano,: siamo genovesi, siamo Italiani/Europei, (Europei in costruzione o in decostruzione non saprei adesso definirlo con certezza) e il cosmopolitismo.
Concetti e realtà culturali di fronte a noi ogni giorno, che si mescolano e si confrontano con società sempre più rigide in difficoltà a tradurre le cittadinanze Europee e globali, il dialogo multiculturale le scienze, la ricerca, le tecnologie, i bisogni e i saperi. Fenomeni che viaggiano veloci e a braccetto con una modalità comunicativa che ha stravolto il terzo millennio, nei contenuti e nella modalità espressiva, sbilanciandosi vorticosamente verso le sole immagini. Penso “all’homo videns citato da Giovanni Sartori che pone le basi per l’inizio della fine dell’uomo copernicano. L’uomo che legge non c’è quasi più, sopraggiunge l’uomo che conosce solo le immagini. Sa di quel che vede, non sa nulla o quasi di quel che non vede”. Cosicché la pratica della lettura analitica e dell’approfondimento che porta ad una migliore conoscenza, si impoverisce. Si allentano le testimonianze, Il dialogo, e l’opinione pubblica si trasforma in sondaggi. Una bulimia delle immagini senza discernimento. Eppure una società democratica evoluta cresce all’interno della sua pubblica opinione. Ma non si evolve se si affida ad un solo destino virtuale. Dico ad un solo destino, perché da un altro capo non possiamo no gradire una grande offerta tecnologica quando con il mio smartphon in qualche secondo posso visualizzare/comunicare con i documenti delle maggiori biblioteche del mondo, come la Loc, del Congresso americano, la London’s British, la Russian Accademy, la Kiev’s Vernadsky Ukraine. 300 milioni e oltre di documenti conservati in 450 lingue. Questa nuova ricchezza va accompagnata da una rinnovata intelligenza, da una coscienza critica, e da un serio lavoro di approfondimento che riconcili – approfondimento-conoscenza-discernimento, con la sconvolgente velocità della rete. Una tregua s’impone tra la vecchia biblioteca e il frenetico web. Una riconciliazione tra “complessità e disincanto” che ci richiama ad un pluralismo più dinamico. Ciò che noi chiamiamo cosmopolitismo solidale non è frenesia di racconto o desiderio di apparire “è testimonianza è la pluralità della rete”. E la rete è plurale se è imbevuta nella conoscenza di ciò che fa di ciò che racconta, se collega i saperi, le differenze, i dati le testimonianze, le soluzioni tra cause ed effetti, in termini globali. La questione posta oggi è la conoscenza della conoscenza. Ciò che oggi si tende a nascondere nella sola caccia all’errore è in realtà un sistema complesso e multidisciplinare di fenomeni globali, poco conosciuti, spesso rifiutati, poiché complessi. Altrimenti che significato avrebbe il successo temporale di “ognuno a casa propria, America first” “prima noi poi voi”e via dicendo? Se non chiudersi, non affrontare le questioni globali e rinviarle, ad altra generazione. Edgar Morin impone una riflessione sostenendo che la complessità è metodo. Io ancora non ho compreso quale sia il metodo adottato dai governi sulle grandi migrazioni tra sicurezza e umanesimo. Il nostro (quello delle reti di cooperazione internazionale) si basa sulla conoscenza dei fatti, sulle testimonianze dirette, sui dati raccolti dalle Agenzia internazionali. Proprio da Genova abbiamo avviato particolari programmi di comunicazione e confronto -sul tema- con studenti docenti e istituzioni scolastiche e Università. Abbiamo/stiamo utilizzato anche l’alternanza scuola lavoro a favore di una narrativa reale ufficiale/formale, quanto drammatica come le testimonianze raccolte durante la tragedia del canale di Sicilia del 2015. A seguire l’esperienza avviata con diversi Licei genovesi grazie alla collaborazione di Carlotta Sami e di tutta Reach e tanti altri soggetti istituzionali come Maeci Miur Dgcs Parlamento Europeo Comune di Genova Regione Liguria e Università di Genova prosegue dal 2015 ed ha coinvolto oltre 1500 studenti liceali. Cosa ci hanno detto gli studenti sulla mobilità internazionale:

“approfondire per comprendere l’interdipendenza dei fenomeni globali, le cause dei conflitti, delle desertificazioni, le catastrofi climatiche ed economiche. Poi le culture di provenienza – tra dialoghi culturali e religiosi, le coerenze delle politiche di sviluppo degli stati. Tutto ciò per fuggire dall’abisso di mancanza di certezze e di conoscenza”.
 
Per contro in queste riflessioni emerge il rischio di trovarci di fronte (a ciò che David Dunning e Justin Kruger - due psicologi della Cornell University) alla “dittatura dell’incompetenza”. Del resto nell’era delle immagini (l’homo videns di Sartori) il rischio della prolificazione della non conoscenza è alto. Dico a me stesso che bisogna saper fare bene qualcosa per essere in grado di giudicare come la fanno gli altri. È la ragione per cui, gli studenti non hanno la facoltà di darsi da soli i voti agli esami. Dico a me stesso che è meglio studiare. Perché se imparo qualcosa su ciò che accade nel mondo, se mi impegno in un’attività globale, potrei rivedere/adeguare le mie valutazioni, partecipare a un confronto, un dialogo superando la logica del monologo. Ed eccoci qui all’Università di Genova, dove emerge in tutta la sua interezza l’esigenza dell’insegnamento Universitario che si confronta con le sfida epocali: un corso di laurea in cooperazione Internazionale oggi non è solo adeguato ai tempi ma consolida un importante processo di riforma della conoscenza dei fenomeni globali affinchè tutto ciò non resti incomprensibile. La possibilità di cogliere e affrontare questioni poste alle nuove generazioni con estremo realismo non è solo una sfida ma un dovere come la questione migratoria insegna - che - se non affrontata in termini globali e inclusivi, resterà irrisolta e in eredità passiva verso le prossime generazioni. Tra clima, povertà, guerre e terrorismo internazionale il mondo è in continuo fermento. Questo movimento irrefrenabile di milioni di persone è già in cammino. In testa i fantasmi dell’apolidia, sfollati dei conflitti del terrore, migranti climatici ed economici cercano pace. Pace per loro e per i loro figli. Mi associo a chi pensa che nessuna persona possa accettare di essere violata, umiliata e senza futuro resti ferma a farsi schiacciare da ogni tipo di discriminazione e dai governi che respingono senza riflettere a ciò che ognuno di essi si porta dentro. Sponsorizziamo politiche coese dal volto umano a nord come a sud del Mediterraneo come il tema di oggi ricorre. L’approfondimento di uno studio/di una visione interdisciplinare dei fenomeni che avanzano, insieme alle loro cause, è il tempo di oggi. L’interdisciplinarietà è questione cocente. E’ positiva perché permette a persone che lavorano in campi diversi di dialogare, accresce, se prosegue nella direzione della trans-disciplinarietà, la sola capace di costruire le basi per una pace globale. La pluralità delle reti interagisce alla costruzione di una nuova forma mentis che incita l’arte dell’incoraggiamento, affinchè si possa comprendere il mondo nella sua complessità evitando la dispersione critica e culturale delle opinioni che, nelle società democratiche è un vero delitto non stimolare. Mettere insieme le coscienze individuali -cresciute e maturate come le nostre esperienze internazionali nelle zone di conflitto e di povertà- nella disponibilità delle giovani generazioni degli studenti medi e universitari, della politica, stimola il cambiamento culturale, evita un triste destino, quello dell’Homo videns di Sartori. Il nostro messaggio si affianca a quello del Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, quando alla risposta sui perchè

“ad un certo punto le frontiere aperte si sono chiuse; perché si dovevano bloccare i rifugiati, dalla Grecia al Nord Europa; perché gli appelli all’accoglienza si sono trasformati in esclusioni; perché poveri rifugiati sono stati picchiati e respinti alle frontiere Europee; perché il senso di colpa per i bambini che affogavano nel Mediterraneo si è lasciato mescolare nell’indifferenza virale”

Antonio Guterres ha rimarcato “nessuno sia lasciato indietro” riaffermando la forza di una frase ricorrente nell’Europa post bellica con l’avvento del Welfar State il principio cardine contro ogni disuguaglianza socio-economica. Questo particolare valore deve ispirare maggiormente l’azione dell’Italia, nell’Europa per politiche internazionali di pace e sviluppo che trovano la massima valorizzazione nell’attuazione nell’Agenda 2030. Poi non mi è sfuggito il riferimento ai “testimoni della storia”. Un puro riferimento alle persecuzioni nuove e vecchie. Nell’umanità violata senza i testimonianze non saremmo qui a dialogare. Il testimone crea il terreno per la pace, il testimone è

“il vaccino più potente contro l’indifferenza, affinchè le tragedie del passato non si ripropongano più e l’uomo non debba ritornare a soffrire ma a vivere”.

Inserisco sopra questi nobili concetti il conferimento del Premio Nobel per la Pace alla giovane Nadia Murad. Questo grande gesto evidenzia nella difesa dei diritti umani, l’esigenza di un disarmo globale per la pace per cambiare le basi di un dialogo internazionale senza la mediazione della forza, delle armi. Chi ha avuto l'opportunità di ascoltare Nadia, rimane profondamente colpito dalla sua storia, dalla sua voglia di testimoniare. Poi dall'incredibile determinazione con cui è riuscita a fuggire dalle atrocità cui è stata sottoposta tra Mosul e Raqqa. La voglia di vivere per testimoniare-raccontare le violazioni perpetrate a tante giovani donne, è stata più forte della morte. Noi le siamo vicini come saremo al fianco di tutte le ragazze vittime di atroci e assurde violenze dell’odio. Alle vittime dell'Isis, come le migliaia di persone del popolo yazida, le prigioniere del califfato, soprattutto per donne e bambini, l’impegno della comunità internazionale imponga immediate risoluzioni ai conflitti. Nel caso contrario prevarrà la cultura dell’inutilità delle Agenzie Internazionale, delle istituzioni, della politica. Mentre ben sappiamo che in ambito internazionale la cooperazione guarda al Piano d’Azione di Addis Abeba per il finanziamento dello sviluppo e dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Nonostante le stravaganti azioni del presidente Americano l’azione di consolidamento per lo sviluppo ONU deve proseguire con il rafforzamento del Polo alimentare con le OO delle UN come FAO, PAM, IFAD, per una agricoltura sostenibile, soprattutto nelle regioni più colpite dal cambiamento climatico. “Il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) pubblicato in questi giorni ha confermato che il cambiamento climatico richiede un’azione globale immediata essendo una delle concause di mobilità umana. L’Italia deve fare la sua parte in COP24 e nel Summit ONU sul clima di settembre 2019, rinnovando l’impegno della Cooperazione allo sviluppo italiana a favore dei paesi più vulnerabili come quelli senza sbocco al mare in Africa, Asia e America Latina e dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. La crescita economica e lo sviluppo sostenibile dell’Africa costituiscono un capitolo prioritario per l’Italia per l’Europa per il pianeta.